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Mario Mottolese, Nuvole, Leonida Edizioni, 2024 - Reading 18.10.2024 (Bergamo)

 



Mario Mottolese, Straniamento domestico, 2024

Mutevoli, fumose, figure senza contorni precisi che le distinguano nettamente dallo sfondo, che può essere visto attraverso di esse.
Ci si può addirittura passare attraverso, senza accorgersi di farlo; e scoprire così che sono diverse da come si vedono da terra.
Vediamo chiaramente qualcosa che, se poi ti avvicini, ti accorgi che non c’è, perché non ha un vero e proprio corpo.
Le nuvole, noi e tutto quanto, abbiamo molto in comune: nessuna cosa è solo se stessa. In ognuna si intravede ogni altra; ogni cosa proviene da – ed è destinata a trasformarsi in – tutte le altre cose.


*   *   *   *   *   *


La prima poesia è
Vedo che mi vedi, in cui prendono parola i versi scritti, per salutare e avvertire il lettore che loro (i versi) si accorgono di essere letti in quel preciso momento. Tra le parole della poesia e il lettore si interpone il confine della pagina di carta, che i versi strapperebbero per unire i due mondi e rendere possibile anche l’impossibile.

 Vedo che mi vedi

Io di parole vedo che mi vedi
ti vedo fra le voci
che vengono stanotte
e si sdraiano scritte
sulle righe del foglio
dove tu invece corri lontano.
Stanotte strappo il foglio
che ci separa
e ti vengo a cercare
vediamo se Poesia
è cosa reale
come corridoi
per mondi allargati.

In Vorrei essere un giorno normale il paesaggio si è incarnato egli esseri viventi. Il paesaggio è il nostro passato, ma dentro di esso possiamo vedere anche il nostro futuro: somiglia a un giorno qualsiasi. Non c’è da averne troppa paura. Dovremmo anzi, imparare una nuova lingua per decifrare i messaggi della Natura, degli eventi atmosferici, per comunicare con chi nel presente non è con noi.

Vorrei essere un giorno normale

Vorrei essere un giorno normale
di quelli a cui nessuno fa caso
o un soffio di vento che ti accarezza
e dove si poggia l'ala di un falco,
vorrei essere un effimero lampo
il rosso di un singolo tramonto
ed un'ombra che assume i colori
della campagna che vi si riposa,
una nuvola in passaggio
verso la dissoluzione
o vorrei essere un rumore
che non sai da dove viene
tu ti giri, anche gli animali
ma non vedete niente. Vorrei
mi si credesse in cima ai monti
dove taluno traode la voce
non essere diverso da ciò
a cui non si fa caso, uguale
a quello che in vita non sono stato
e come in incanto comunicarti
con delle parole fatte di segni
che se mi cerchi dovrai decifrare.

Nella poesia Un prodigio chiedo al sole e al giorno intero di rallentare. Anche per voi, così abbiamo tutti più tempo e siamo un po’ più felici. Ma, da lontano, quasi ormai sulla linea d’orizzonte, il sole che neanche mi ascolta, mi fa segno di fare in fretta e di seguirlo perché lì davanti ha visto qualcosa di incredibile, che devo correre a vedere.

 Un prodigio

Il giorno non degna di uno sguardo
si volta annoiato ad ogni bisogno
e io qui a sbracciarmi per richiamarlo
e dirgli fermati un pochettino
mi serve un aiuto torna indietro
sei troppo lontano troppo veloce
non vuoi rallentare e venire da me?
Non mi sente neanche più
dice a gesti di seguirlo
di affrettarmi non fermarmi
come se lì vedesse un prodigio
che io non ho ancora visto. 

Il momento migliore per fare Poesia è poco prima e poco dopo che si dorme, quando siamo meno coscienti e vigili; viene quando non la cerchiamo, e se la cerchiamo lei non si fa trovare. Così nella mitologia greca, Psiche non poteva guardare il volto di Eros; Orfeo quello di Euridice.
Avevo voglia di risolvere il mistero: la Poesia nasce dentro di noi oppure è già all’esterno, nel mondo stesso? Ma non si può risolvere. Bisogna ammettere che le persone possono conoscere pochissimo della realtà. La Poesia.

 La Poesia

Lei viene di notte o mentre mi sveglio,
si stende sul fianco e comincia a guardarmi
e so che mi è accanto dall’aria che trema,
parla in silenzio, ma forte abbastanza

e quello che dice lo sento nei sogni
ne fa lo scenario, un mondo diverso.
Il suono esterno della sua voce
controlla adesso ogni parte di me.

Mi sveglio. Si dilegua e non la trovo,
non risponde se la chiamo e penso
fosse solo un’apparizione
ma ancora non so fuori o dentro di me.

Ma come Psiche accendo candele,
come Euridice e io il suo Orfeo.

La poesia che chiude la mia silloge è Una mania. Credo che sia una delle più importanti perché incoraggia ogni sognatore a perseguire i suoi obiettivi anche quando sembrano impossibili.

Quello che rende bello vivere è lavorare per realizzare la propria ambizione, per quanto appaia irrealizzabile e addirittura futile agli occhi degli altri.

Una mania

È votata al fallimento questa
mia futile ambizione di vita
a cui pronto sacrifico strade
facili al successo e ai guadagni.

Ma penso a chi come me resiste
inventa, crea, scrive poesie
o tenta, e che nessuno conosce
silenzioso e fuori moda.

Certo che penso, che perdo, che sbaglio
ma metti un giorno che un altro utopista
venga a cadere nella mia fossa...
... non tornerà avvilito realista.

E allora non è abulia la mia
ma bene e bello per gli ostinati
folli votati a una sconfitta
che ad una mania persistono a darsi.


*   *   *   *   *   *


“[…] un simbolismo dove la parola ritorna centrale nel suo ruolo più puro – evocare nella mente del lettore l’inevitabile circolarità della natura, che l’essere umano deve conoscere per accettare con grazia la fine – e per aver mostrato con alto lirismo l’incontrovertibile cammino verso il tramonto dell’essere tangibile” (motivazione giuria premio poesia Xenìa Book Fair II edizione 2023).

“Sono immagini forti, quelle di Mario Mottolese, incise in una lingua poetica vitale ed energica, persino con una certa vena espressionistica [...] collocandosi giusto a metà tra idillio e invettiva” (Milo De Angelis, motivazione premio Europa in Versi 2023).

“Le poesie presentate dal poeta Mario Mottolese, dimostrano una notevole abilità nel cogliere l'essenza della vita rurale, tratteggiando immagini vivide e suggestive con un linguaggio ricco e sapiente, e con l’uso di un linguaggio efficace nonché l’utilizzo di metafore evocative. L'autore dimostra una padronanza espressiva notevole, utilizzando un linguaggio ricco e raffinato, riuscendo dunque a rendere la sua voce riconoscibile per originalità” (Milo De Angelis, motivazione premio Europa in Versi 2024).


Mario Mottolese, Nuvole, Leonida Edizioni, 2024

Corrado Alvaro - L'uomo è forte (Romanzo distopico, 1938)

 Corrado Alvaro è stato uno dei migliori scrittori italiani del Novecento, e non sarà difficile accorgersene attraverso questo suo capolavoro, L'uomo è forte, così intitolato dalla censura fascista che non reputò pubblicabile il titolo originale Paura sul mondo.

La prosa di Alvaro è poetica nei rimandi a dimensioni metafisiche, esistenziali superiori, che esistono parallelamente alla nostra realtà, al di là di essa, ma che esse circondano e comprendono. Il risultato è uno straniamento della realtà, uno splendido esito del Realismo magico italiano. 

Il peso dei corpi, degli edifici, della materia, non scompare ma rimane in questa atmosfera da sogno, in cui non riconosciamo più lo spazio, i dettagli delle cose, e ci sembra di non ricordarcene. Le strade e le case assumono un inquietante e verosimile lato tragico, dato dalla loro longevità, dalla loro testimonianza alla Storia. Esse stesse hanno vissuto (o visto vivere) tempi migliori, in relazione ai quali oggi non sono altro che cadaveri in lentissima (secolare) decomposizione, perché si è spenta o svuotata la vita a cui facevano da scenario.

Alvaro, in particolare, in questo libro individua la causa dello svuotamento dell'umanità in manichini, nella negazione dell'individualità voluta dai regimi totalitari, che miravano al livellamento omogeneo delle masse in un modello medio, senza rimandi alla soggettività appunto, ma alla collettivizzazione. In questo atteggiamento si scorge l'antifascismo di Alvaro, non puntato verso orizzonti decisamente socialisti-comunisti ma verso una basilare Giustizia, che può rendere questo scrittore "convincente" anche a un pubblico di lettori contemporanei, ben più individualisti e disposti al riconoscimento delle singole differenze individuali.

Il desiderio di "compattezza" del corpo sociale è un'ingiustizia quando comporta il desiderio di annientamento del differente, delle minoranze, di quello di volta in volta visto come avversario. In un mondo non retto da alcuna logica, sarà del tutto arbitrario, da parte di un decisore nelle cui mani è riposta tutta l'autorità, stabilire i caratteri medi, normali e non abnormi, fuori regola e fuori misura, sbagliati: delinquenti. Le normalità mutano nel corso degli anni e delle mode: gli uomini non se ne accorgono, pensano che sia naturale, e di migliorarsi costantemente in vista di un futuro migliore e più semplice. Il mondo, lo spazio, le strade, le case ben più vecchie e sagge di noi invece lo sanno bene, che ci comportiamo come i bambini, che la logica che spacciamo è assurda.

Nel mondo assurdo in cui vive l'ingegnere Dale, la regola sociale è di evitare qualsiasi rimando e chiusura nella propria intima, segreta, profonda individualità, e di mostrare raccontare e dire qualunque cosa di sé, dimostrare di non avere segreti e di non nascondere nulla (né oggetti, né pensieri o ricordi). Chi disattende è arrestato, processato e condannato a morte quasi all'istante, perché c'è sempre l'Inquisitore ed i suoi mandati in incognito che spiano e si informano continuamente di tutti gli aspetti della vita delle persone della città. Nella città di ***, dove la storia del romanzo è ambientata, ormai gli abitanti si sono abituati all'appiattimento della loro vita alla sola sfera sociale e condivisa; ma uno straniero, trasferitosi dall'estero, si accorge subito delle differenze del modo di vivere. La regola infatti impone modifiche dell'intera personalità, che gli abitanti hanno acquisito col tempo, con la paura di essere condannati, ma uno straniero assimila accumulando esperienze ed impressioni in cui improvvisamente l'effetto di quella regola appare. Uno straniero porta straniamento, e rovina la sua vita in uno Stato simile.

Ecco i reati di quella città: interessarsi al passato, all'estero, al singolo individuo; parlarne, pensarci. Ogni istante deve essere ispirato al "mondo nuovo" (e si pensi ad Huxley) e inteso alla sua realizzazione, mediante l'applicazione di quell'unica regola.

Il sistema politico-sociale da regime spegne dunque il vitalismo insito nella Natura stessa, nega lo scorrere del tempo, la relatività dei punti di vista (sostituiti da un'oggettività impersonale, assoluta, perfetta...); come se ognuno fosse una macchina programmata che invece di vedere ciò che la circonda, risolve problemi virtuali non suoi, e così non si accorge della fine, della morte che avvolge il presente. Perché altro che uomo forte! Tutti i cittadini sono grigi manichini senza vita e senza volontà, che devono continuamente dimostrarsi buoni, incapaci di fare del male.

E, contemporaneamente, ognuno sa dentro di sé di poter essere il prossimo condannato, perché è facile: ogni uomo ha fatto e nasconde qualcosa di cui si pente. Ognuno è effettivamente capace di fare il male. Perciò ognuno è il potenziale condannato, si sente potente e cura di nascondere ogni suo strappo alla regola, mentre affina lo sguardo con cui cerca le colpe nascoste altrui. Questa è la vita intima e sociale in un regime totalitario.

L'innaturalità della forma entro cui si tenta di inscrivere il libero fluire della vita (la negazione del vitalismo) rende il meccanismo assurdo sotto un punto di vista assoluto dell'Esistenza in generale, appare un'ingiustizia, e a sua volta il seme di ogni altra ingiustizia. Naturalmente, l'amore è la vittima privilegiata di questa caccia, e con lui il libero pensiero, la libertà di opinione e critica, il diritto di pensare e di creare un proprio sistema di pensiero indipendente.

Proprio a questo porta la citazione delle Metamorfosi o l'Asino d'oro di Lucio Apuleio, nel centrale capitolo VIII, di un libro basilare per la tradizione letteraria da cui Alvaro può aver tratto ispirazione, in cui il protagonista subisce un gran numero di eventi a lui sfavorevoli, senza la possibilità di tirarsi fuori o porvi rimedio secondo le sue stesse capacità: sarà salvato soltanto grazie a un intervento divino, che lo farà tornare uomo - da bestia in cui si era trasformato - e diventare più saggio e accorto degli altri uomini. Ma questa salvezza, "credibile" nel II secolo, non torna più ai giorni d'oggi, e questo condanna il povero Dale, che cede a "subire" il ruolo che la società gli ha cucito addosso.

Nella stessa tradizione letteraria, anche Dostoevskij e la sua "scoperta" del male; Kafka e i suoi rovesciamenti delle attese create, le atmosfere di incertezza e incredulità; la letteratura non ufficiale e carnevalizzata; altri realisti magici italiani (il "novecentismo" di Bontempelli e i suoi manichini), Svevo, Pirandello, Saba.

Lacerato tra il desiderio di essere parte di quel meccanismo sociale a cui tutti si sono adattati, e quello di agire in libertà in un clima opprimente; Dale è inadeguato e perde, subisce, compie delitti proprio quando tenta di inserirsi in quella società senza più opporvisi.

Ma il suo ruolo è quello di colpevole: è quello che tutti si aspettano da lui, straniero che non si accorge di infrangere regole sociali ormai accettate da tutti. Dunque non può che rendersi colpevole di qualcosa di terribile...

La maestria di Corrado Alvaro tiene uniti diversi piani della realtà: il sociale, il politico, lo psicologico, l'ordine e il caos, giustizia e colpa; li vede persino nelle abitudini, nei costumi, nei gusti, nell'abbigliamento. Trova il riflesso concreto di quelle dimensioni che assumono tratti inquietanti e totalizzanti, negli oggetti, comportamenti e nella vita di ogni giorno. La vita quotidiana si carica di lati misteriosi e oscuri perché sulla loro normalità incombono le decisioni delle autorità, in un regime dispotico. Da loro e dalla propaganda assumono significati che li rendono diversi da ciò che sono, in molti casi tabù. Da loro quindi provengono i sentimenti "leciti" e quelli "illeciti". Emblematico è il ritratto dello Stato in cui il protagonista arriva, la sua intuizione di come vive la gente lì, ricavata soltanto dall'osservazione di una grande statua. In ogni particolare Alvaro trova una seconda dimensione, ci mette il riflesso di qualcosa di più grande e oscuro, che decide tutto, anche l'esserci stesso di un oggetto in un dato luogo e per qualche oscuro motivo.

Insieme a questa oscura paura, nella narrazione (nei pensieri di Dale) si inseriscono anche riflessioni metafisiche, come al di là del tempo e della Storia, in cui appare ogni assurdità del potere e della repressione, del controllo e della censura, che tentano di bloccare il naturale svolgersi della vita. Da qui un messaggio proveniente dalla sofferenza del ventennio nero fascista ma valido universalmente, che fa sentire Alvaro ancora più vicino a noi, e che fa sognare a tutti un mondo semplice e autentico.

Il bellissimo finale capovolge le attese create. Dale è stato ingannato, manovrato, sfruttato da qualcosa che avveniva in sottofondo, e il lettore con lui...

"Confessioni d'un italiano" di Ippolito Nievo

 Ippolito Nievo (1831 - 1861) è stato un autore molto prolifico, che ha consumato la sua breve vita per realizzare con la penna e col servizio militare gli ideali di cui si sentiva portatore. Ippolito è tragicamente rimasto un ragazzo per sempre, fatto che però gli ha permesso di non rinnegare mai, ma di esplorare con costante entusiasmo le sue genuine idee sul Bene comune.

Esperimento molto interessante e originale è il suo Storia filosofica dei secoli futuri (1860) saggio romanzesco e fantasioso sulle vicende sociali e morali italiane ed europee che postulava sarebbero occorsi da lì a trecentosessantatré anni. Il libro anticipa sorprendentemente il genere fantascientifico europeo, nella sua (ri)costruzione del paesaggio e delle città del futuro, assieme a quell'interesse per la tecnologia che caratterizzerà il Positivismo francese, a patto di escluderne ogni lato negativo e controproducente. Non solo: sorprende anche la sua lucida previsione della vittoria del capitalismo e della pubblicità, della vita comoda irresponsabile e della ricerca del minimo sforzo. Si può quindi intravedere un filo comune che lega Nievo e questa sua strana opera ad autori successivi come Gadda, Pasolini, il gruppo Celati-Cavazzoni-Benati-Cornia, i quali però conoscono senza incertezza quali sono state le reali conseguenze di quei processi corrosivi. Ha sorpreso anche la previsione di una pandemia mondiale che in questi anni assume particolare rilievo.

Nel 1858, prima di dedicarsi al futuro, Ippolito ha concluso le sue Confessioni d'un italiano, in cui, al contrario, il narratore è un anziano ottuagenario, che ricorda la sua vita a partire dagli ultimi decenni del XVIII secolo, quando cioè l'autore reale, Nievo, non era neppure nato. Mette in pratica la magia della Letteratura: costruisce mondi ed epoche che l'Autore reale non ha conosciuto né conoscerà mai.

Il motivo centrale, comunque, qual è? È costituito, appunto, dagli ideali dell'autore reale Nievo.

Ideali che anche oggi non annoiano, in quanto si presentano ancora incredibilmente sani e indubitabili. Il mazziniano e garibaldino Ippolito, era infatti una persona cordiale e che mostrava aperte simpatie per il popolo e per gli strati sociali più bassi: si mescolava a loro ed era pronto a combattere per dargli giustizia, quando necessario. Odiava i codardi, i traditori, chi si arricchiva e si garantiva un futuro stabile attraverso la violenza e la guerra a scapito di tutti.

Sono stati anni difficili ed ingiusti quelli in cui si manifestava il dominio della Ragione, la penisola italiana poi era divisa in staterelli che venivano puntualmente conquistati e saccheggiati da stati stranieri. La rovina peggiore che Nievo potesse immaginare l'hanno avuta gli stati italiani proprio in seguito alla Rivoluzione francese e alla discesa di Napoleone. Le Confessioni seguono il veloce declino della penisola italiana, ma non da una prospettiva esterna ed astratta dal contesto come quella dello storico che ricostruisce a posteriori: il narratore, che si chiama Carlino Altoviti, è un personaggio interno alla storia e vive le vicende storiche, non solo attraverso fatti ed incontri con le principali personalità (nel romanzo c'è anche un suo colloquio col Bonaparte) ma anche nelle ripercussioni che quelle vicende hanno avuto nella vita intima e privata. A parte il fatto che piace, per un lettore di oggi, leggere di queste epoche in cui i paesini erano ancora limitati ad una esistenza provinciale, in cui le case erano basse e robuste, le stradine piene di terra, fango, animali e poveri uomini meno arroganti di noi; in più ci affascina quello stato di cose in cui gli eventi non sono ancora "accaduti", le storie non sono ancora finite e si può lottare per realizzare tutte le infinite possibilità alternative. In altre parole, andiamo a leggere dei libri anche soltanto per poter pensare a un'epoca fatta così, per conoscerla e per interpretarla.

Su un libro di storia è difficile capire che la storia ha davvero cambiato tutto: le persone, le cose, l'ambiente; è più facile accorgersene in un buon romanzo.

Certo, bisogna anche sceglierselo bene il romanzo: di certo a questo punto dell'Ottocento i buoni libri storici con riflessioni sociali obiettive scarseggiano, e non ci si può fidare molto dell'altro romanzo storico ottocentesco, più famoso e venduto, i Promessi sposi di Manzoni, pregno della visione aristocratica e conservatrice dell'autore, che condivide ben poco (=niente) con gli strati sociali non borghesi. La differenza principale è proprio nel modo in cui gli autori guardano al popolo (lo strato sociale basso): alcuni fanno come Manzoni che lo deride e rende inaccettabili/irrazionali le sue richieste; pochissimi fanno come Nievo che in esso vede comunque un barlume di bontà, non realizzata a causa del caos dell'ignoranza o della mancanza di mezzi.

Per Nievo bisogna dare al popolo i mezzi per realizzare il Bene comune. Per Manzoni... no, non se lo merita.

Ecco perché Manzoni è così cauto e deve ogni volta dare spiegazioni per dirigere l'interpretazione dei lettori verso le mete che egli ha previsto, mentre Nievo non indugia a far nomi e ad informarci in maniera esplicita delle colpe o dei meriti di ognuno. E, forse, sempre per lo stesso motivo Manzoni è cauto nel parlare di Napoleone nel suo Cinque maggio mentre Nievo ne presenta senza fronzoli tutto il lato meschino, egoista e cinico, disposto ad abbassarsi a qualsiasi infamia che può rimanere segreta pur di fare il suo interesse.

Forse è stata sua esatta intenzione il ridimensionare l'immagine di Napoleone, dopo che era stata eccessivamente innalzata dall'ode in suo onore di Manzoni. Nelle Confessioni c'è il Napoleone vero, e ci sono anche tutti quei traditori che, per assicurarsi un posto nell'amministrazione imperiale, hanno ceduto territori e tesori italiani agli aggressori francesi, senza combattere. Hanno procurato la rovina di ciò che prima c'era di Buono, per guadagnarsi, dall'infamia, la gloria.

Ecco perché un veneziano, deluso dalla "cessione" di Campoformio (attraverso cui la ex Repubblica di Venezia passa in mano agli austriaci, loro vecchi dichiarati nemici) è il personaggio più adatto a raccontarci con realismo (non solo del narratore) i reali sentimenti degli italiani tra fine Settecento e inizio Ottocento, e a spiegare i motivi dei sentimenti patriottici nell'Ottocento, giustificabili dalle ingiustizie che l'Italia subì per mano degli stranieri avversari, e oggi altrimenti incomprensibili. Si trattava di un patriottismo sano, non ancora degradato ai soliti prevedibili nazionalismi immotivati di fine Ottocento.

Non bisogna neanche pensare, come può accadere leggendo queste riflessioni, che il popolo sia ritratto con ingenuità idealistica! Gli si riconoscono i meriti, ma anche i limiti: limiti mentali e di mezzi che creano quella stupenda comicità contenuta nel decimo capitolo, che gli fanno credere che Carlino, solo perché capitato a cavallo in piazza mentre si festeggiava la Rivoluzione, fosse un suo liberatore a cui affidarsi per chiedere "Pane pane! Polenta polenta!" innescando un felice gioco di scambi e incomprensioni comiche.

Nel romanzo si legge più facilmente la stupidità della classe della borghesia, felice della Rivoluzione francese vista come opportunità di scalata sociale, tanto da farle ignorare l'involuzione autocratica in cui è presto sfociata. È la storia degli italiani delusi dall'ingiustizia al potere, disillusi.

Mica tanti, questi disillusi! Nievo è uno dei pochi intellettuali e scrittori aderenti alla possibilità della Repubblica Democratica voluta anche da Mazzini, molto interessante perché mirante all'allargamento dei diritti su scala nazionale, e non solo ai nuovi ricchi. La maggior parte degli scrittori ottocenteschi è stata dalla parte della borghesia ed ha esaltato i suoi modi di vita egoistici: dalla parte di quelli che, scalato il grado sociale, diventano a loro volta conservatori sordi a ogni allargamento di diritti al corpo nazionale.

Questo perché ogni intellettuale italiano ottocentesco proveniva proprio dalla borghesia e la voleva per questo difendere ed esaltare. In questo contesto Nievo è un outsider che col suo atteggiamento di denuncia si schiera al fianco di Leopardi, ed usa come lui la cultura (la conoscenza) per giudicare con obiettività il presente, senza illusioni e veloci o opportunistiche prese di parte.

Libri: i più divertenti

Ecco una lista di libri che vi faranno cadere dalle poltrone:

1. Il pensatore solitario di Ermanno Cavazzoni
2. Favole da riformatorio di Ugo Cornia
3. Disastri di Daniil Charms
4. Metamorfosi di Apuleio
5. Decameron di Boccaccio
6. Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis
7. La galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni
8. Il limbo delle fantasticazioni di Ermanno Cavazzoni
9. I sette cuori di Ermanno Cavazzoni/Edmondo De Amicis
10. Il Pataffio di Luigi Malerba
11. La secchia rapita di Alessandro Tassoni
12. Novelle fatte a macchina di Gianni Rodari
13. Baldus di Teofilo Folengo
14. Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo. Di Laurence Sterne, 1759
15. Guida galattica per autostoppisti (tutta la saga) di Douglas Adams

(Disposti in ordine casuale)

Ancora su "La Galassia dei Dementi" di Ermanno Cavazzoni

È stato già osservato, almeno in maniera vaga come il romanzo di Cavazzoni del 2018, La galassia dei dementi, somigli a una di quelle opere della Letteratura popolare italiana medievale e rinascimentale, come il Decameron o l'Orlando Furioso o (il barocco) Cunto de li cunti, caratterizzate da un uso giocoso della fantasia e dell'immaginazione come base per l'invenzione narrativa. Atteggiamento, questo di gioco, che restituisce ai loro lettori un approccio tollerante nei confronti della fantasia, consolatorio ed anche esaltante, ma non certo pauroso.
Punto importante questo: la fantasia, la devianza dalla razionalità, l'uso dell'immaginazione non vogliono fare paura. Mentre la stragrande maggioranza dei libri smerciati dal Settecento ad oggi esprime un atteggiamento snob verso il mondo della fantasia e dell'immaginazione (ad esempio insistendo sul terrore verso i pazzi e la follia, sull'infrazione della norma-tradizione), Cavazzoni riprende a farne un gioco, ma un gioco molto molto serio, di ricombinazione dei dati della realtà e delle conoscenze scientifiche. Questo atteggiamento nei suoi confronti, inscrive il poderoso romanzo dello scorso anno a pieno diritto nel filone medieval-rinascimentale della letteratura anti-realista: definizione con il quale vogliamo intendere la Letteratura pre-realista, recante i caratteri già notati da critici come Bachtin (in Dostoevskij o Rabelais) o Celati (in Finzioni Occidentali), e che si ricavano per contrasto, cioè confrontandola con la letteratura realista prodotta a partire dal Seicento e che esplose invece dal Settecento. Una letteratura diversa, quest'ultima, perché esprime la nuova mentalità dell'uomo moderno, orientata verso l'individualismo ed egoismo, verso la cura vittoriana della facciata pubblica per nascondere i lati passionali, pulsionali, inconsci. Nel Realismo le poetiche si basano su ciò che è presunto osservabile e sperimentabile da tutti: sull'ambiente, su ciò che si vede (alla luce), che è chiaro, senza misteri, razionale e scientifico, più oggettivo possibile. Ecco perché in quei secoli nasce l'idea stessa di una paura verso le incontrollabili manifestazioni della intima e privata vita psichica, o si sottovaluta tutto ciò che è soggettivo, si ridicolizza il lavoro dell'immaginazione, da quegli stessi secoli abbassata a materia per libri da piccoli (vedi anche Laura Ricci, Paraletteratura).
Forse è proprio con l'Orlando furioso che La galassia ha più tratti in comune, perché la riflessione su ciò che è "normale" e ciò che non lo è, viene posta sistematicamente dietro a ogni pagina, in ogni nucleo narrativo. Cosa è reale e cosa non lo è, risulta una domanda problematica e tutt'altro che risolta, neanche gli autori sanno né vogliono indicarcelo nelle loro opere: vogliono "moderatamente" ribaltare le convenzioni a riguardo.
Cavazzoni diventa qui l'eremita, il pensatore solitario che, quasi come un nuovo Leopardi, porta avanti la sua disperata campagna contro un progresso scientifico, tecnologico, merceologico che risulta oggi, senza troppi fronzoli e menzogne, il nostro vero e proprio orizzonte culturale, la base di conoscenze condivise da tutti. Quasi senza speranza rimane il suo messaggio: cioè avvisare gli uomini del XXI secolo che si sbagliano a credere che non esista altro al di fuori della Scienza, al di fuori dell'oggettività condivisa che viene incoraggiata a partire dal Sei-Settecento a discapito del mondo interiore psichico e soggettivo.

Ricorda Futurama perché ad essere presa in giro non è la Scienza di per sé, che rimane una manifestazione del nostro amore e interesse per la Natura, ma per quella sottospecie di conoscenza scientifica vaga e imprecisa, immaginifica, che caratterizza effettivamente la società contemporanea dell'Occidente. Gli occidentali "medi", ispirati da volumi di letteratura moderna e positivistica, si proclamano possessori di una Sapienza che fornisce loro una mentalità più avanzata, progredita e perfezionata rispetto alle sapienze di altre culture. Gli occidentali inneggiano la scienza e la tecnologia perché producono meraviglie, cioè anche più delle risposte ai loro bisogni, e regolano le loro esistenze. Si vive sempre più nelle città, che vengono costruite e mantenute appositamente per far sopravvivere il meccanismo che le tiene in piedi, perciò anche la morale e la cultura in generale si abituano alla vita controllata dall'economia del mondo globalizzato; si sta comodi stando a certi patti, ma si dimentica e si ignora tutto ciò che dalla città è fuori, oltre a tutto ciò che c'era prima. L'umanità si preclude delle strade per il futuro, orientandosi sempre più verso una condotta, una possibilità, ed escludendo le infinite altre. Si esalta il presente e il vicino, e si ignora la Storia e il lontano: ognuno esalta se stesso vanamente, pensa di farcela da solo o di essere migliore e più dotato degli altri. Tutti la pensano così, di essere autosufficienti, e questo va bene perché ormai possiamo dire sdoganato e accettato da tutti l'individualismo dilagante. Siamo in Occidente, siamo seri, scientifici e tecnologici, non abbiamo tempo da perdere per gli altri. Se l'economia, la politica, la scienza e la tecnologia (la Ragione) regolano la mia vita allora ci pensano loro stesse a farlo anche agli altri. E così ognuno si sente dispensato di fare qualcosa di buono, utile... di fare qualcosa. Dipendiamo dal sistema e ogni iniziativa viene scoraggiata da una parte o dall'altra, cioè o dalla Società o dalla politica e dalle leggi, a meno che non sia molto moderatamente personalistica: cioè sono tollerati soltanto i servizi per acquirenti-consumatori-turisti, che non turbino troppo il meccanismo del sistema.

In questo sistema possiamo dire esserci ancora un angolo, disprezzato, di sottocultura (purtroppo!) in cui è tollerato aprire squarci nel tessuto culturale contemporaneo per vederci da fuori. Lì appariamo ottusi e ridiamo di noi stessi, della nostra stessa ottusità: lì risiede la sfera del comico, come un'idea platonica nel suo ambiente ideale. Un comico che ride della stessa persona da cui nasce, forse per renderlo capace di accorgersi dei suoi errori più stupidi, come quello di presumersi esseri logici e infallibili.

De pigrizia VII: Lettura di "La galassia dei dementi"

 Gli occidentali "medi", ispirati da volumi di letteratura moderna e positivistica, si proclamano possessori di una Sapienza che fornisce loro una mentalità più avanzata, progredita e perfezionata rispetto alle sapienze di altre culture nonostante siano ignoranti in tutto. Gli occidentali inneggiano la scienza e la tecnologia perché producono meraviglie, cioè anche più delle risposte ai loro bisogni, e regolano le loro esistenze. La loro idea di Scienza è appunto intrisa di magia e superstizione: le credenze che condividono non sono verità scientifiche ma supposizioni di una pseudo scienza, incoerenti e spesso stupide. Si vive sempre più nelle città, che vengono costruite e mantenute appositamente per far sopravvivere il meccanismo che le tiene in piedi, perciò anche la morale e la cultura in generale si abituano alla vita controllata dall'economia del mondo globalizzato; si sta comodi stando a certi patti, ma si dimentica e si ignora tutto ciò che dalla città è fuori, oltre a tutto ciò che c'era prima. L'umanità si preclude delle strade per il futuro, orientandosi sempre più verso una condotta, una possibilità, ed escludendo le infinite altre. Si esalta il presente e il vicino, e si ignora la Storia e il lontano: ognuno esalta se stesso vanamente, pensa di farcela da solo o di essere migliore e più dotato degli altri. Tutti la pensano così, di essere autosufficienti, e questo va bene perché ormai possiamo dire sdoganato e accettato da tutti l'individualismo dilagante. Siamo in Occidente, siamo seri, scientifici e tecnologici, non abbiamo tempo da perdere per gli altri. Se l'economia, la politica, la scienza e la tecnologia (la Ragione) regolano la mia vita allora ci pensano loro stesse a farlo anche agli altri. E così ognuno si sente dispensato di fare qualcosa di buono, utile... di fare qualcosa. Dipendiamo dal sistema e ogni iniziativa viene scoraggiata da una parte o dall'altra, cioè o dalla Società o dalla politica e dalle leggi, a meno che non sia molto moderatamente personalistica: cioè sono tollerati soltanto i servizi per acquirenti-consumatori-turisti, che non turbino troppo il meccanismo del sistema.

In questo sistema possiamo dire esserci ancora un angolo, disprezzato, di sottocultura (purtroppo!) in cui è tollerato aprire squarci nel tessuto culturale contemporaneo per vederci da fuori. Lì appariamo ottusi e ridiamo di noi stessi, della nostra stessa ottusità: lì risiede la sfera del comico, come un'idea platonica nel suo ambiente ideale. Un comico che ride della stessa persona da cui nasce, forse per renderlo capace di accorgersi dei suoi errori più stupidi, come quello di presumersi esseri logici e infallibili.
Lì si può concepire quanto comica sia quella versione storpiata, ignorante e "popolare" del pensiero razionale scientifico. Lì ci si può fare un'idea di cos'è e di quale problema rappresenti la presenza di una brutta copia di Cultura, di una sua versione vaga e storpiata che non fa altro che rendere più cocciuti i chiusi di mente. L'antichissimo genere della Satira menippea adattato ai giorni nostri produce squisiti testi che rovesciano l'abituale presunzione di onnipotenza e di abilità degli occidentali moderni, e non è impensabile far rientrare tra questi testi anche romanzi italiani relativamente recenti come Pinocchio di Collodi, il Pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, Il pataffio di Malerba, il Viaggio di G.Mastorna di Federico Fellini, Cani dell'inferno di Benati e La galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni. I loro personaggi non riescono ad elaborare un sistema di pensiero capace di spiegare razionalmente gli eventi (inusuali o al limite dell'esperienza umana), e perciò subiscono il loro presentarsi come fanno anche i bambini alle prime prese con una nuova esperienza, ancora da apprendere per potere, in una sua futura ripresentazione, reagire più efficacemente.

Il tentativo di corruzione

Cerca il tempo spiraglio in sfacelo per farsi spazio e reggere il mondo tuttavia. Solamente sbraita il traditore che vuole corromperlo e non...