Corrado Alvaro - L'uomo è forte (Romanzo distopico, 1938)

 Corrado Alvaro è stato uno dei migliori scrittori italiani del Novecento, e non sarà difficile accorgersene attraverso questo suo capolavoro, L'uomo è forte, così intitolato dalla censura fascista che non reputò pubblicabile il titolo originale Paura sul mondo.

La prosa di Alvaro è poetica nei rimandi a dimensioni metafisiche, esistenziali superiori, che esistono parallelamente alla nostra realtà, al di là di essa, ma che esse circondano e comprendono. Il risultato è uno straniamento della realtà, uno splendido esito del Realismo magico italiano. 

Il peso dei corpi, degli edifici, della materia, non scompare ma rimane in questa atmosfera da sogno, in cui non riconosciamo più lo spazio, i dettagli delle cose, e ci sembra di non ricordarcene. Le strade e le case assumono un inquietante e verosimile lato tragico, dato dalla loro longevità, dalla loro testimonianza alla Storia. Esse stesse hanno vissuto (o visto vivere) tempi migliori, in relazione ai quali oggi non sono altro che cadaveri in lentissima (secolare) decomposizione, perché si è spenta o svuotata la vita a cui facevano da scenario.

Alvaro, in particolare, in questo libro individua la causa dello svuotamento dell'umanità in manichini, nella negazione dell'individualità voluta dai regimi totalitari, che miravano al livellamento omogeneo delle masse in un modello medio, senza rimandi alla soggettività appunto, ma alla collettivizzazione. In questo atteggiamento si scorge l'antifascismo di Alvaro, non puntato verso orizzonti decisamente socialisti-comunisti ma verso una basilare Giustizia, che può rendere questo scrittore "convincente" anche a un pubblico di lettori contemporanei, ben più individualisti e disposti al riconoscimento delle singole differenze individuali.

Il desiderio di "compattezza" del corpo sociale è un'ingiustizia quando comporta il desiderio di annientamento del differente, delle minoranze, di quello di volta in volta visto come avversario. In un mondo non retto da alcuna logica, sarà del tutto arbitrario, da parte di un decisore nelle cui mani è riposta tutta l'autorità, stabilire i caratteri medi, normali e non abnormi, fuori regola e fuori misura, sbagliati: delinquenti. Le normalità mutano nel corso degli anni e delle mode: gli uomini non se ne accorgono, pensano che sia naturale, e di migliorarsi costantemente in vista di un futuro migliore e più semplice. Il mondo, lo spazio, le strade, le case ben più vecchie e sagge di noi invece lo sanno bene, che ci comportiamo come i bambini, che la logica che spacciamo è assurda.

Nel mondo assurdo in cui vive l'ingegnere Dale, la regola sociale è di evitare qualsiasi rimando e chiusura nella propria intima, segreta, profonda individualità, e di mostrare raccontare e dire qualunque cosa di sé, dimostrare di non avere segreti e di non nascondere nulla (né oggetti, né pensieri o ricordi). Chi disattende è arrestato, processato e condannato a morte quasi all'istante, perché c'è sempre l'Inquisitore ed i suoi mandati in incognito che spiano e si informano continuamente di tutti gli aspetti della vita delle persone della città. Nella città di ***, dove la storia del romanzo è ambientata, ormai gli abitanti si sono abituati all'appiattimento della loro vita alla sola sfera sociale e condivisa; ma uno straniero, trasferitosi dall'estero, si accorge subito delle differenze del modo di vivere. La regola infatti impone modifiche dell'intera personalità, che gli abitanti hanno acquisito col tempo, con la paura di essere condannati, ma uno straniero assimila accumulando esperienze ed impressioni in cui improvvisamente l'effetto di quella regola appare. Uno straniero porta straniamento, e rovina la sua vita in uno Stato simile.

Ecco i reati di quella città: interessarsi al passato, all'estero, al singolo individuo; parlarne, pensarci. Ogni istante deve essere ispirato al "mondo nuovo" (e si pensi ad Huxley) e inteso alla sua realizzazione, mediante l'applicazione di quell'unica regola.

Il sistema politico-sociale da regime spegne dunque il vitalismo insito nella Natura stessa, nega lo scorrere del tempo, la relatività dei punti di vista (sostituiti da un'oggettività impersonale, assoluta, perfetta...); come se ognuno fosse una macchina programmata che invece di vedere ciò che la circonda, risolve problemi virtuali non suoi, e così non si accorge della fine, della morte che avvolge il presente. Perché altro che uomo forte! Tutti i cittadini sono grigi manichini senza vita e senza volontà, che devono continuamente dimostrarsi buoni, incapaci di fare del male.

E, contemporaneamente, ognuno sa dentro di sé di poter essere il prossimo condannato, perché è facile: ogni uomo ha fatto e nasconde qualcosa di cui si pente. Ognuno è effettivamente capace di fare il male. Perciò ognuno è il potenziale condannato, si sente potente e cura di nascondere ogni suo strappo alla regola, mentre affina lo sguardo con cui cerca le colpe nascoste altrui. Questa è la vita intima e sociale in un regime totalitario.

L'innaturalità della forma entro cui si tenta di inscrivere il libero fluire della vita (la negazione del vitalismo) rende il meccanismo assurdo sotto un punto di vista assoluto dell'Esistenza in generale, appare un'ingiustizia, e a sua volta il seme di ogni altra ingiustizia. Naturalmente, l'amore è la vittima privilegiata di questa caccia, e con lui il libero pensiero, la libertà di opinione e critica, il diritto di pensare e di creare un proprio sistema di pensiero indipendente.

Proprio a questo porta la citazione delle Metamorfosi o l'Asino d'oro di Lucio Apuleio, nel centrale capitolo VIII, di un libro basilare per la tradizione letteraria da cui Alvaro può aver tratto ispirazione, in cui il protagonista subisce un gran numero di eventi a lui sfavorevoli, senza la possibilità di tirarsi fuori o porvi rimedio secondo le sue stesse capacità: sarà salvato soltanto grazie a un intervento divino, che lo farà tornare uomo - da bestia in cui si era trasformato - e diventare più saggio e accorto degli altri uomini. Ma questa salvezza, "credibile" nel II secolo, non torna più ai giorni d'oggi, e questo condanna il povero Dale, che cede a "subire" il ruolo che la società gli ha cucito addosso.

Nella stessa tradizione letteraria, anche Dostoevskij e la sua "scoperta" del male; Kafka e i suoi rovesciamenti delle attese create, le atmosfere di incertezza e incredulità; la letteratura non ufficiale e carnevalizzata; altri realisti magici italiani (il "novecentismo" di Bontempelli e i suoi manichini), Svevo, Pirandello, Saba.

Lacerato tra il desiderio di essere parte di quel meccanismo sociale a cui tutti si sono adattati, e quello di agire in libertà in un clima opprimente; Dale è inadeguato e perde, subisce, compie delitti proprio quando tenta di inserirsi in quella società senza più opporvisi.

Ma il suo ruolo è quello di colpevole: è quello che tutti si aspettano da lui, straniero che non si accorge di infrangere regole sociali ormai accettate da tutti. Dunque non può che rendersi colpevole di qualcosa di terribile...

La maestria di Corrado Alvaro tiene uniti diversi piani della realtà: il sociale, il politico, lo psicologico, l'ordine e il caos, giustizia e colpa; li vede persino nelle abitudini, nei costumi, nei gusti, nell'abbigliamento. Trova il riflesso concreto di quelle dimensioni che assumono tratti inquietanti e totalizzanti, negli oggetti, comportamenti e nella vita di ogni giorno. La vita quotidiana si carica di lati misteriosi e oscuri perché sulla loro normalità incombono le decisioni delle autorità, in un regime dispotico. Da loro e dalla propaganda assumono significati che li rendono diversi da ciò che sono, in molti casi tabù. Da loro quindi provengono i sentimenti "leciti" e quelli "illeciti". Emblematico è il ritratto dello Stato in cui il protagonista arriva, la sua intuizione di come vive la gente lì, ricavata soltanto dall'osservazione di una grande statua. In ogni particolare Alvaro trova una seconda dimensione, ci mette il riflesso di qualcosa di più grande e oscuro, che decide tutto, anche l'esserci stesso di un oggetto in un dato luogo e per qualche oscuro motivo.

Insieme a questa oscura paura, nella narrazione (nei pensieri di Dale) si inseriscono anche riflessioni metafisiche, come al di là del tempo e della Storia, in cui appare ogni assurdità del potere e della repressione, del controllo e della censura, che tentano di bloccare il naturale svolgersi della vita. Da qui un messaggio proveniente dalla sofferenza del ventennio nero fascista ma valido universalmente, che fa sentire Alvaro ancora più vicino a noi, e che fa sognare a tutti un mondo semplice e autentico.

Il bellissimo finale capovolge le attese create. Dale è stato ingannato, manovrato, sfruttato da qualcosa che avveniva in sottofondo, e il lettore con lui...

Nessun commento:

Posta un commento

Piante di tutto il mondo, unitevi!

Anche le piante sono esseri opportunisti, egoisti e tendenti al dispotismo. Alcuni alberi coprono cespugli e piante più basse, non fanno lor...